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Giovedì 31 Marzo 2016
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UN ANNO DEDICATO ALL’ APOSTOLO PAOLO
San Luca, autore degli Atti degli Apostoli, al cap. 24 riporta le false accuse rivolte a Paolo da parte di un avvocato di nome Tertullo, alla presenza del procuratore romano Felice a Cesarea Marittima; accuse che delineano la fisionomia di Paolo secondo i Sommi Sacerdoti e i Capi di Gerusalemme. “Abbiamo scoperto che quest’uomo è una peste, fomenta continue rivolte tra tutti i Giudei che sono nel mondo ed è capo della setta dei Nazarei (i discepoli di Gesù di Nazareth); ha perfino profanato il Tempio e noi l’abbiamo arrestato”. Solo una “peste”? Molti vedevano in Paolo uno scrittore difficile da capire, un misogino, un tipo autoritario e accentratore nei confronti delle persone e della comunità, un superbo e un antipatico.

Per la maggioranza degli Ebrei attuali, più che un “tredicesimo apostolo” è visto come un apostata dalla religione ebraica dei suoi padri. Altri addirittura lo considerano il vero fondatore del Cristianesimo, scalzando Gesù dal suo ruolo fondativo di “pietra angolare” dell’intero corpo ecclesiale. Come si vede, da queste provocazioni, l’anno paolino indetto da papa Benedetto XVI, a partire dal 28 giugno 2008, è una formidabile occasione per rivisitare in profondità la figura gigantesca dell’Apostolo delle genti. Ascoltato a brani spezzettati e fuori dal contesto lungo l’anno liturgico, il pensiero di Paolo risulta spesso di difficile interpretazione e per questo messo un po’ in disparte e alla fin fine, ignorato bellamente. L’anno paolino, con il suo bagaglio di iniziative, vuol riportare al centro dell’attenzione di tutti i cristiani la vita di Paolo di Tarso, il suo pensiero e la sua attualità.

Anche all’Ospedale “San Paolo” è stata allestita una mostra sulla figura e la vicenda di San Paolo dal titolo “Sulla via di DAMASCO, inizio di una vita nuova”, in previsione di un eventuale pellegrinaggio a Roma alla Basilica di San Paolo fuori le mura o all’estero. Paolo scrivendo a metà degli anni 50 il biglietto a Filemone (per lo schiavo di questo amico), più probabilmente dal carcere di Efeso, si definisce “anziano” (= presbitero). Se si calcola che l’aggettivo possa indicare l’età di 50 anni, si può far risalire la nascita di Paolo a Tarso in Cilicia tra 5 e il 10 d.c.. Documentazione fondamentale per la ricostruzione della vita del pensiero dell’Apostolo delle genti, rimangono le sue Lettere Pastorali, soprattutto la lettera ai Romani, la I e II ai Corinti, quella ai Galati, ai Filippesi, la I ai Tessalonicesi, la lettera a Filemone, alle quali vanno aggiunte le tre contestate: la II ai Tessalonicesi, quella ai Colossesi e agli Efesini, più le tardive a Timoteo e Tito, suoi carissimi discepoli. Il 25 gennaio di ogni anno la Chiesa celebra la festa liturgica della “Conversione di San Paolo”, ma Paolo “si è convertito”? Stando al resoconto della lettera ai Galati (cap.1,13-15), Paolo descrive l’evento sulla via di Damasco più come una rivelazione-chiamata-invio missionario che come una conversione.

Paolo si sentiva integerrimo nella pratica della sua religione a livello di Legge (la Torah); Paolo non ha cambiato il proprio Dio, che è rimasto quello del primo Testamento, il Dio dei Padri e quindi non ha mutato religione. Per pura grazia piacque a Dio di rivelare “in” lui il suo Figlio, perché lo annunciasse in mezzo alle genti. Sembra che Paolo abbia compreso questo immediatamente come carisma proprio e lo abbia realizzato da subito con la predicazione nelle città che punteggiavano il deserto d’Arabia. Non quindi un convertito dal “peccato” alla “grazia”, ma persona graziata della conoscenza profonda del Figlio di Dio quale Messia che veniva a compiere in modo paradossale le promesse messianiche fatte da Dio al suo popolo di Israele.

Racconta San Luca sempre negli Atti degli Apostoli al cap.9 che Saulo (poi romanizzato in Paolo), con tanto di lettere del Sommo Sacerdote veniva a Damasco “fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, al fine di condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo. E avvenne che mentre era in viaggio, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” Rispose:” Chi sei, o Signore?”. E la voce:” Io sono Gesù che tu perseguiti! Orsù alzati, entra in città e ti sarà detto ciò che devi fare”. Alzatosi, non vedeva nulla. Guidato per mano dai suoi compagni di viaggio entrò in Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.

A Damasco c’era un discepolo di nome Anania, un vero credente, che su ispirazione del Signore incontrerà Saulo, con una certa trepidazione, perché lo sapeva un persecutore. Durante il colloquio con Anania, Saulo riacquisterà la vista (= scoprirà la verità su Gesù e sul suo popolo), si farà battezzare e inizierà la sua missione. Paolo era un vero cittadino romano (la Cilicia era una colonia romana) che ben conosceva i suoi diritti e i suoi doveri. Era un uomo colto, aggiornato, cresciuto alla scuola di un grande rabbino, Gamaliele; capace di affrontare situazioni diversissime; sapeva stare davanti a re, governatori e giudici con competenza e nel pieno rispetto delle altrui competenze e autorità. Non perdeva mai di vista l’uomo che è fallibile, che ha bisogno dell’annuncio della bontà misericordiosa del Signore, al quale va fatto l’annuncio della Parola di salvezza.

Paolo di Tarso fu il primo grande missionario della storia della Chiesa, che percorse l’Impero romano dall’Est all’ Ovest (da Damasco ad Antiochia, da Tarso a Listra, Iconio, Perge, a Filippi e Tessalonica in Macedonia; da Atene a Corinto, a Rodi; da Cipro a Creta; da Malta a Siracusa, Reggio C. fino a Roma) annunciando il Cristo morto e risorto, subendo persecuzioni, battiture, lapidazione, pericoli di ogni genere, ricercato a morte continuamente dal fanatismo giudaico, fino al naufragio sull’isola di Malta e al processo a Roma, dove morirà martire per la fede in Colui che ha creduto e amato fino alla fine, Gesù Cristo. Al punto di affermare con verità:” Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil. 1,21) e “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”; Paolo è stato veramente “afferrato” dal cuore di Cristo che si è consegnato per amore per vincere l’abisso della distanza da Dio e donarci la libertà dei figli di Dio.

cappellano don Luigi Carrara

Per commenti e/o informazioni: urp@ao-sanpaolo.it

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